Marco Belinelli: «San Antonio favorita, il Madison può lanciare i Knicks»

NBA
martedì, 02 giugno 2026 alle 20:10
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Marco Belinelli, l'unico giocatore italiano ad aver vinto un anello NBA, non nasconde la sua preferenza per l'imminente riedizione delle Finals del 1999 tra San Antonio e New York: «
Tifo per loro, ma se dovesse vincere New York sarei contento comunque perché sono una squadra che mi piace, è costruita bene». L'entusiasmo è palpabile e il suo pronostico sorride ai texani: «Dico 4-2 Spurs. Sarà una serie bella, da vivere una gara alla volta con tantissimi cambiamenti tecnici, tanti aggiustamenti. Il fattore campo sarà importante, e in questo San Antonio ha un vantaggio. Ci arrivano due squadre che se lo meritano». Per il campione in forza alla Virtus, l'atmosfera è unica: «Sarà una bella finale, vecchia scuola. Quella del 1999 l'ho vista, ci sono cresciuto. Attorno alle due squadre sento un entusiasmo clamoroso».
Il percorso intrapreso dagli Spurs ha in parte sorpreso lo stesso Belinelli: «Mi aspettavo arrivassero ai playoff, non in finale. Sono cresciuti partita dopo partita, giocando una pallacanestro semplice ma molto bella. Hanno futuri All Star. E non mi riferisco a Wemby, uno di quei predestinati che si vedono ogni 100 anni, se ti va bene ogni 50». Parlando di Wembanyama, l'azzurro ne elogia l'etica del lavoro: «Questo è un ragazzo che ha passato la scorsa estate a migliorarsi: si è fatto allenare da Kevin Garnett, da Hakeem Olajuwon. È uno di quei giocatori che vedi amano questo sport e hanno voglia di fare i sacrifici che servono per centrare i loro obiettivi». Negli Spurs intravede i veri valori del gioco: «Passione e volontà. Questi giovani volevano vincere, per loro, per Gregg Popovich e per il club. Wembanyama quasi in lacrime dopo gara-7 a Oklahoma City è una scena devastante: dietro c'è tanto sacrificio, voglia di arrivare. Wemby e gli altri siano d'esempio per i giovani: sono tutti bravi e con la mentalità giusta». A impressionarlo, in particolare, sono state due nuove leve: «Sono due quelli che mi hanno impressionato di più: Stephon Castle e Dylan Harper. Sono perfetti esempi della scuola Spurs, giocatori che non si montano la testa e dimostrano quanto valgono. Castle ha fatto una serie difensiva strepitosa su Shai Gilgeous-Alexander. Si è dimostrato completo e molto esplosivo: mi ricorda Derrick Rose, per quanto è forte e devastante. Harper è il fattore X che sta dando qualcosa in più, uno dei motivi per cui sono alle Finals».
Gran parte del successo texano deriva, secondo Belinelli, da una mentalità societaria inimitabile: «San Antonio è la società con la S maiuscola, anche dal punto di vista umano. Bello che abbia esempi come Manu Ginobili, Tim Duncan, Tony Parker alle partite ma anche negli allenamenti. Mi vengono i brividi a vedere Pop che segue la partita con Duncan. Trasmettono la cultura Spurs a questa squadra così giovane». Dall'altra parte, New York porta con sé una magia che va oltre il parquet: «Prima di tutto il calore che c'è attorno a loro ora. Secondo me, giocare una finale NBA al Madison deve essere unico. E non parlo della città bloccata e tutta la gente che festeggia. Giocare in quell'arena, in quella atmosfera, deve essere proprio bellissimo». I Knicks lo hanno stupito per la reazione mostrata: «Hanno dimostrato di avere carattere. Mi è dispiaciuto quando l'estate scorsa hanno mandato via Tom Thibodeau, coach con cui ho sempre avuto un grande rapporto. E non pensavo che Mike Brown riuscisse a portare subito la squadra alla finale NBA. Ma hanno fatto un grandissimo lavoro, si sono mossi bene sul mercato. E hanno Jalen Brunson, un giocatore a cui adesso non si può dire nulla».
Proprio sull'incredibile esplosione di Jalen Brunson, Belinelli confessa in tutta sincerità: «Non avrei mai pensato potesse diventare così dominante. È un altro esempio per i giovani: ha amato la pallacanestro fin da piccolo, anche grazie al padre (Rick, coi Knicks nelle Finals 1999 e ora nello staff di coach Brown, ndr), quando giocava a Dallas in pochi pensavano potesse diventare uno dei migliori giocatori NBA». Infine, non poteva mancare una battuta rivolta a Riccardo Fois, assistente italiano entrato nello staff di Mike Brown proprio in questa stagione: «Direi... ma che fortuna (l'espressione è più colorita, ndr): è il primo anno a New York, va subito in finale e magari vince pure. In lui ho percepito tanta passione per il basket, tanta voglia di lavorare coi giovani. Sono sicuro che è importante per i Knicks. E sono contento che ci sia un po' d'Italia
».

Fonte: La Gazzetta dello Sport
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