Andrea Conti, diciassette anni di Vanoli Cremona: i colpi più belli, le delusioni e i coach

LegaBasket Serie A
lunedì, 25 maggio 2026 alle 17:45
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Dopo diciassette anni, otto da giocatore e nove da dirigente, Andrea Conti si congeda dalla Vanoli Cremona, un pezzo fondamentale della sua esistenza: «
Si parte dai ricordi. E quando sono così tanti fai fatica persino a metterli in ordine. Sono arrivato a Cremona che ero un ragazzo, qui ho conosciuto mia moglie, qui è nata la mia famiglia. Alla fine non è stata soltanto una società di basket: è stata casa mia». Il legame con la piazza è fortissimo, come dimostra la fiera ammissione «Mi sento cremonese», che l'ex capitano argomenta così: «Perché è così. Cremona mi ha accolto subito, mi ha fatto sentire parte della città. Non sempre succede nel mondo dello sport. Ci sono posti dove passi, fai il tuo lavoro e vai via. Qui invece ho costruito una vita». Assistere all'epilogo societario fa male: «Tanto. Ed è un dolore sincero, profondo. Perché dietro una società non ci sono soltanto risultati o classifiche: ci sono persone, storie, abitudini. Ci sono bambini che crescono al palazzetto, famiglie, amicizie. La Vanoli ha rappresentato tutto questo».
Il segreto dei traguardi raggiunti in questi anni, sopperendo alle differenze di budget? «Le idee. Sicuramente le idee. Spesso avevamo il budget più basso, però cercavamo sempre di pensare in modo diverso dagli altri. Abbiamo imparato a ragionare fuori dagli schemi». Un concetto che all'atto pratico significa «puntare su giocatori che avevano voglia di rivalsa. Gente che magari arrivava da anni difficili e voleva dimostrare qualcosa. A Cremona tanti hanno rilanciato la propria carriera». Tra i colpi migliori spicca: «Travis Diener. Senza dubbio. E la storia è bellissima. Io, Jacopo Torresi e Romeo Sacchetti andammo a Las Vegas per vederlo. Era fermo da tre anni. Dovevamo capire se potesse tornare competitivo. La sera prima del test si presenta in hotel con una birra media in mano...». La storia più romantica è quella di Giampaolo Ricci: «Direi Giampaolo Ricci. Perché rappresenta l'idea che il lavoro possa davvero cambiare una carriera. Quando lo prendemmo era vicino alla firma con Mantova in A2. Nessuno immaginava sarebbe diventato capitano a Bologna, Milano e in Nazionale. Probabilmente se non lo avessimo preso la sua non sarebbe stata la stessa carriera». Se la mossa più geniale fu «Aver trasformato Pecchia in playmaker per tanti minuti», il profilo più folle è stato «Corey Davis. Un talento clamoroso, però con una vita privata... diciamo movimentata». Non manca la delusione maggiore: «Probabilmente Tu Holloway. Era fortissimo. Nelle amichevoli precampionato giocava praticamente solo con la mano sinistra e dominava. Diceva di avere un problema alla destra, ma nessun medico riusciva a capire cosa avesse davvero. Lo portammo persino da uno specialista dell'Inter. Dopo la visita ci guardò e disse: 'Siete sicuri che questo ragazzo non voglia semplicemente tornare a casa?'. Aveva capito tutto».
La transizione da giocatore a dirigente è stata un banco di prova impegnativo. Sulla versione più difficile da gestire, Conti ammette: «Quella da giocatore, senza dubbio. Da dirigente impari che devi controllare le emozioni. Da giocatore vivi tutto d'istinto». A fargli capire come cambiare mentalità fu coach Cesare Pancotto: «Alla prima partita da dirigente a Venezia mi tirò una bottiglietta d'acqua addosso perché avevo fatto un commento ancora troppo da giocatore. Ecco, lì ho capito che dovevo cambiare testa». Tra gli allenatori, ricorda Demis Cavina come il più duro («Molto rigoroso, attentissimo ai dettagli. Però mi ha insegnato tanto») e Meo Sacchetti come il più umano («Aveva un'empatia speciale con la squadra e con il pubblico. E sapeva davvero entrare nella testa dei giocatori»). Un legame speciale lo unisce a Gigi Brotto: «Con Gigi c'è un rapporto che va oltre il basket. Abbiamo persino fatto il viaggio di nozze insieme. Siamo amici veri». Circa il compagno rimastogli più nel cuore, nomina Marko Milic: «È stato mio compagno di stanza per anni. Abbiamo passato notti intere a parlare delle sue esperienze in Nba e al Real Madrid, della vita. Era uno che ti lasciava qualcosa». Il suo quintetto storico ideale della Vanoli recita: «Play Rowland, guardia Crawford, ala piccola Drozdov, ala grande Milic e centro Mathiang. Allenatore Brotto». Tra tanti ricordi bellissimi («La vittoria contro l'Olimpia Milano con Jackson scatenato. E poi le triple di Lacey a Forlì nei playoff di A2: sembrava un film. La tripla di Cazzolato con Sassari in Coppa Italia e quella vinta a Firenze»), non nasconde il più grande errore commesso: «L'anno della retrocessione. Pensammo di poter sostituire facilmente leader come Marco Cusin e Luca Vitali. Siamo stati presuntuosi perché in quello spogliatoio servivano figure come loro».
Nel prossimo capitolo professionale all'Apu Udine, Conti ha ben chiaro cosa portare con sé: «La voglia di creare legami veri. A Udine c'è entusiasmo, il palazzetto è sempre pieno. Ma vorrei portarci anche un po' di quella che io chiamo 'vanolinità': il senso di appartenenza, il rapporto umano». Per lui, Cremona resterà sempre e solo una cosa: «Casa. Anche quando sarò lontano. Ci sono città dove lavori e basta. E poi ci sono città che ti cambiano la vita. Cremona per me sarà sempre quella». Nonostante la dolorosa chiusura della Vanoli, Conti guarda con fiducia al futuro cestistico cittadino: «Certo. La pallacanestro in città c'è e ci sarà per sempre. Credo che la Juvi possa fare bene con la famiglia Ferraroni e che possa costruire qualcosa di duraturo. Non necessariamente arrivando in serie A, ma garantendo tanti anni di passione. In città ci sono realtà che lavorano con i giovani e tante persone serie che sapranno coltivare sia i talenti che far crescere gli uomini. Io sarò sempre a disposizione per Cremona, anche solo per un consiglio
».

Fonte: La Provincia di Cremona
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